I giardini incantati di Liguria
Quello dei giardini è un patrimonio ragguardevole della nostra regione: sia dal punto di vista storico che monumentale e artistico. Abbiano scelto i nove più rappresentativi da descrivere e raccontare partendo da Levante, da quello di Villa Marigola di Lerici. Ci guiderà in questo viaggio Andrea Marmori, direttore del Museo Lia della Spezia, che ha svolto e svolge attività di ricerca e consulenza presso numerosi Enti e che ha partecipato alla ricerca universitaria dal titolo “Giardini e parchi storici della Liguria” promossa dall’Università di Genova e finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica. Sul prossimo numero della rivista, in edicola da settembre, la prossima puntata: Villa Durazzo Pallavicini, a Pegli.
Villa Marigola e il suo stupendo giardino sono posti sul breve promontorio che divide la baia di San Terenzo dalla più ampia insenatura di Lerici. Il toponimo Marigola, che è specifico del rilievo collinoso, è sopravvissuto ai numerosi proprietari che si sono succeduti nel tempo, e la villa, che dal 1979 appartiene alla Cassa di Risparmio della Spezia che ne ha fatto il proprio Centro Studi, è ancora chiamata semplicemente Marigola. ù
Dove oggi è la villa esisteva in origine una torre di avvistamento parte di un più complesso sistema difensivo che faceva capo al ferrigno castello di Lerici. Allo scadere del XVIII secolo Gaetano Ollandini, proprietario del colle, mette mano a Marigola, dove certo già esisteva una casa nei pressi della torre ormai inutile e quindi abbandonata, progettando, in sostituzione, una villa degna dell’iscrizione al patriziato, appena raggiunta: in un atto catastale del 1798 viene infatti nominata una Casa di Villeggiatura non ancora terminata. E i lavori di villa e giardino dovettero durare ancora decenni, come dimostra l’illuminante testimonianza data da Mary Shelley, nel 1822 affittuaria con il marito e alcuni compagni di viaggio di una dépendance di Marigola, prima del tragico epilogo sancito dalla morte di Shelley al largo delle acque del Golfo, nel luglio di quello stesso anno.
Mary descrive Ollandini dicendolo “pazzo”, ammalato della sua villa e del bosco che va piantando tutt’intorno, scuro e cupo come il suo cuore, privilegiando lecci e noci in sostituzione degli olivi che fino ad allora ammantavano il soleggiato promontorio.
Nel 1836 Marigola viene acquistata dalla famiglia Alli Maccarani, con la quale la proprietà raggiunge la massima espansione fondiaria, coincidente con l’assetto definitivo del bosco, che con rara liberalità viene aperto a tutti. Molti sono gli interventi intrapresi in questi anni, dapprima da Silvio Alli Maccarani e poi da suo figlio Augusto, e quando nel 1888 viene stabilita la realizzazione della strada litoranea tangente il colle di Marigola, per sempre da allora separata dall’onda battente, Augusto Alli Maccarani sceglie di vendere l’amata villa, per intima convinzione o per sopravvenuto disincanto. L’acquirente di Marigola è Reginald Jenkin Pearse, banchiere, inglese di nascita e genovese di adozione. Gli anni di Reginald Pearse e poi della sua unica e amata figlia Gladys Violet aprono un nuovo capitolo nella storia di Marigola: sono i giorni dei grandi rinnovamenti, che danno alla villa quell’aspetto misterioso e fiabesco, poi ricacciato dai nuovi proprietari.
Sarà proprio Gladys Violet Pearse, inconsolata per la repentina scomparsa di Billy De Riseis, suo figlio, morto a soli vent’otto anni, a vendere la villa, il 20 maggio del 1926, al lericino Giovanni Battista Bibolini, armatore e Senatore del Regno.
L’acquisto di Marigola da parte di Bibolini si colloca certamente nel momento della sua ascesa personale, tanto politica che operativa. Quando difatti l’armatore compra la grande proprietà, di certo l’intenzione è quella di possedere la villa più celebre nel luogo natio, ma le intenzioni di Bibolini sono ambiziose, e pertanto commissiona a Franco Oliva, architetto di prolifico ingegno, un ampliamento della casa, che viene pressoché raddoppiata con l’aggiunta del corpo a oriente. La villa che Bibolini acquista da Gladys Violet Pearse manteneva l’aspetto vagamente neogotico impostole da Reginald Pearse e accresciuto dal bosco arcano di Gaetano Ollandini.
A questo Bibolini contrappone un parterre senza difetti, disegnato dal bosso, di evidente ascendenza rinascimentale, posto nel grande pianoro prospiciente la villa: disposto come una grande stanza verde allungata verso mare, le cui pareti sono formate da robuste siepi di alloro, è scenograficamente aperto solo dalla piccola finestra del belvedere, ad inquadrare il perfetto castello di Lerici.
E così è anche per la villa, dove si sceglie di recuperare il primario aspetto, quello settecentesco di Gaetano Ollandini, obliterando la foggia da carillon che i Pearse le avevano dato. A questo momento fausto segue l’umiliazione. Nel dopoguerra la villa e l’intera proprietà passano al SIT, ovvero al Sindacato Immobiliare Turistico, di proprietà e competenza dello stesso Bibolini e poi dei suoi eredi.
È certo il periodo più buio della secolare vicenda di Marigola, che subisce un forte degrado e anche spoliazioni, specie degli arredi del parco. Nel 1979 la Cassa di Risparmio della Spezia acquista e restaura l’intera proprietà, dando l’avvio a una nuova felice stagione per la villa e il giardino, rinnovati, rivissuti e nuovamente aperti ad un uso pubblico, come già aveva previsto il suo grande inventore, Gaetano Ollandini.
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