Continuiamo a occuparci del rapporto tra arte e cibo nei dipinti del ‘600 genovese, dopo i precedenti articoli su “ Le Tre Cuoche dei Musei di Strada Nuova”, e “L’Arte dell’Abbondanza” che ci rivelava, attraverso straordinarie nature morte, la ricchezza e la varietà di alimenti presenti nei mercati della città e ancor più nelle dispense delle famiglie altolocate. Ora è la volta delle ”Tavole Imbandite”.
Dal momento che mangiare è anche integrarsi in un sistema sociale fatto di riti e codici di comportamento che variano nel tempo, curiosare sulle mense delle opere d’arte ci aiuta a scoprire i vari aspetti legati alla messa in scena del cibo, dalle consuetudini sociali, ai simboli che vi appaiono, ai gusti e alle predilezioni per i cibi che vengono consumati. Le iconografie legate al tema della tavola sono numerosissime, anche se nel nostro Seicento difficilmente prescindono da tematiche di tipo religioso, ma è il modo di interpretarle che fa la differenza. Così il banchetto può variare a seconda dei personaggi raffigurati, siano essi popolari, aristocratici o borghesi, e ciò dipende oltre che dalle scelte degli artisti, dai gusti dei committenti e dai messaggi che si vogliono trasmettere.
“Il Banchetto” di Cornelis de Wael ambienta nell’attualità quotidiana il soggetto della parabola evangelica del Figliol Prodigo, raccontata dal pittore in una serie di otto tele. Questo è l’episodio della dissipazione, dal chiaro intento moralizzatore, dove i piaceri del palato si accompagnano alle esplicite allusioni sessuali, evidenti nel comportamento del giovane che si intrattiene con la commensale che gli è accanto (probabilmente una prostituta) e nel contempo sembra “allungare le mani” sulla serva alle sua spalle.
Il festoso banchetto è allestito all’aperto, in un elegante giardino genovese con siepe di rose e fontana. Sulla tavola, rivestita da un tappeto e da una tovaglia bianca, è disposta una gran varietà di cibi, tra cui è riconoscibile un pollo ben dorato e un pesce decorato con limone, mentre sono in arrivo le torte ripiene della nostra tradizione.
La tavola imbandita doveva rivelare a colpo d’occhio l’abbondanza delle vivande, proponendo insieme dolce e salato, cotto e crudo, caldo e freddo. Questo tipo di servizio all’italiana si differenziava da quello della tradizione nordica, dove c’era invece la consuetudine di avvicendare le singole portate.
Tra le posate è presente solo il coltello (qui raffigurato in bilico sul bordo del tavolo) che di solito veniva condiviso con un altro commensale. Si mangiava infatti con le mani e il grande tovagliolo del protagonista rimanda a quest´uso. La diffusione della forchetta avverrà solo nel ‘700 per ragioni di bon ton, anche se i genovesi la utilizzavano già dal medioevo per non scottarsi le mani mangiando ravioli e lasagne, che venivano cotti nel brodo. Nei banchetti eleganti però la pasta non era presente, perché considerata un cibo popolare.
Il rituale della tavola è spesso usato dalla classe aristocratica per mettere in mostra i propri fasti. Episodi storici o evangelici sono presi a pretesto per sontuose rappresentazioni di ambienti e arredi atti a celebrare i committenti.
Così Domenico Piola nelle “Nozze di Cana” sceglie la teatralità dell’apparato, con servitori, piatti fumanti, pappagalli e cani, come nelle famose cene di Paolo Veronese, e sontuosi buffet. Già dal Rinascimento infatti il vasellame non venne più collocato a tavola, ma posto su un’apposita credenza dove vassoi d’ogni tipo, boccali d’argento, bicchieri di vetro, saliere preziose, candelieri, taglieri, bacili per le mani e oggetti ornamentali facevano bella mostra di sé.
Le opere che seguono sono particolarmente interessanti per individuare le abitudini alimentari e le tipologie degli oggetti della tradizione locale.
Jan Ross, nel “Giovane presso una tavola imbandita”, propone una ricca mensa all’aperto, con cibi di pregio quali il grosso astice rosso vivo, che per primo attrae l’attenzione, o i carciofi, ortaggi molto ricercati all’epoca, coltivati anche negli orti delle ville patrizie e offerti all’ospite come segno di prestigio sociale.
Oltre al pane, alle olive e alla bottiglia di vino nostralino sullo sfondo, sono ben visibili delle piccole torte ripiene: si tratta o delle tradizionali torte di verdure della gastronomia ligure, in uso già dal medioevo, o di pasticci di carne e di pesce.
Il soggetto è stato interpretato anche come allegoria della vanitas, per l’instabilità degli oggetti, dai piatti al coltello, e per la presenza delle rose, fiore caduco per eccellenza. L’astice del resto, nel mondo nordico da cui l’artista proveniva, è simbolo della resurrezione per la sua caratteristica di cambiare la corazza alla fine dell’inverno. L’abbondanza della tavola, oltre a mostrare l’opulenza della società genovese e della sua classe dominante, nasconderebbe dunque un monito contro le tentazioni della ricchezza e un invito a rammentare il messaggio cristiano.
Il tema del banchetto nell’episodio biblico “Il convito di Abramo”, studiato da Laura Tonelli proprio in relazione ai cibi proposti e al modo di presentarli, è messo a confronto in tre differenti versioni. Domenico Fiasella, seguendo il testo biblico, ci mostra Abramo che serve agli angeli, venuti ad annunciargli che avrà un figlio dall’anziana moglie Sara, un pasto con carni e formaggi che rispecchia la tradizione dei pastori, ma presentato secondo le abitudini alimentari delle mense liguri del Seicento. La tavola è una rustica pietra ma i cibi sono sistemati in piatti di ceramica bianchi e blu, tipici delle manifatture locali, con i formaggi disposti su foglie, l’arrosto di lepre o di coniglio servito con prezzemolo, il cosciotto decorato con fette di limone e, disposto su un canovaccio bianco, un pane schiacciato simile alle focacce della Val di Magra, che fa pensare a Sarzana, luogo di nascita del Fiasella.
Più semplice e rustica la versione di Giovanni Andrea De Ferrari: il vasellame è in terracotta smaltata, compare una vera tavola con tovaglia e tovagliolo, mentre il pranzo si limita ad un arrosto simile al precedente e a una focaccia.
Bartolomeo Guidobono, nell’opera eseguita negli ultimi anni del Seicento, in linea con il gusto più raffinato del nuovo secolo, trasforma il convito in un elegante pic-nic con una serie di particolari riferibili ai rituali delle classi più elevate: sulla tovaglia bianca, su un piatto di peltro, è sistemato un pollo ben arrostito, decorato anch’esso con fette di limone ma tagliate ad arte da un cuoco di rango, un morbido pane, una coppa di cristallo e argento per il vino contenuto probabilmente nella fiaschetta, al posto del latte della tradizione. Ai piedi dei due angeli, una natura morta di frutti e carciofi, mentre Abramo porta altro cibo tra due piatti, secondo le regole del servire a tavola in uso nell’alta società.
Per concludere un banchetto molto diverso nell’interpretazione di Alessandro Magnasco: si tratta di un soggetto contemporaneo a tematica religiosa, realizzato nel corso del Settecento, non per presentare situazioni edificanti, al contrario per denunciare la decadenza morale degli ordini religiosi. Ne “Il refettorio dei frati Cappuccini” Magnasco, alla tavola sobria caratterizzata dalla frugalità del pasto tipica dei conventi, contrappone una sarcastica messa in scena in enormi spazi che sembrano risonare per il vociare dei frati, con lunghissime tavolate servite con polli arrosto fumanti.
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