Millevite a Genova, Chiavari, Camogli
Silvia Di Natale, nata a Genova e legata alla Liguria dove torna spesso, ora vive in Baviera. Autrice di romanzi e libri, ha sempre viaggiato molto. Basta pensare ai vagabondaggi euroasiatici che hanno preceduto la stesura del suo primo libro, Kuraj, pubblicato da Feltrinelli.
Kuraj ha vinto il premio Bagutta Opera prima e premio Donna Città di Roma 2000) ed è stato tradotto in tutti i paesi europei. Sempre per Feltrinelli, ha pubblicato Il giardino del luppolo, L’ombra del cerro e Vicolo verde (2008). Il nuovo Millevite (Feltrinelli, pag. 320, euro 18) sarà presentato dalla direttrice di Blue Silvia Neonato il 23 maggio alla Feltrinelli di Genova (ore 18), e poi alla libreria La Zafra di Chiavari il 24 maggio (ore 18) e alla Libreria Camogli il 25 maggio (ore 19).
È appena uscito il suo settimo libro. Si intitola Millevite (Feltrinelli, pag. 320, euro 18) e racconta la Colombia, quella che va oltre gli stereotipi, oltre la coca, le Farc, i paramilitari e la violenza, e che lei ha esplorato di persona, viaggiando per sei mesi, da sola, nei villaggi più sperduti, su per la cordigliera e ai margini della foresta amazzonica, la selva.
«Mi sembrava il paese giusto dove trovare storie da raccontare perché è immenso, popolato da molte etnie diverse e pressoché sconosciuto», spiega Silvia Di Natale, scrittrice, sociologa e scultrice, genovese di nascita ma da anni residente in Germania, in un angolo di natura incontaminata della Baviera. Il libro, con le voci di oltre 160 colombiani, uomini e donne, che rievocano anche le vicende delle generazioni passate, è un diario-reportage fresco e sincero, dove non manca l’ironia (tocco spesso carente tra i viaggiatori uomini talvolta troppo compresi nel ruolo).
In uno dei paesi più pericolosi al mondo Silvia Di Natale si è spostata quasi sempre con i mezzi pubblici o a piedi, con due soli zaini in spalla e nessun lasciapassare. A poliziotti e militari dichiarava di essere una escritora e questo bastava. «La Colombia di oggi non è più quella di dieci anni fa. È molto vigilata», racconta. «Più che della guerriglia, avevo paura delle strade sconnesse, piene di curve, a strapiombo sui burroni. Erano gli altri, i colombiani che ho conosciuto e che mi hanno ospitato, a preoccuparsi per me. Si tenevano in contatto telefonico per creare una rete di protezione a distanza. In realtà, non mi lasciavano mai sola!».
Silvia Di Natale non è nuova a esplorazioni simili. Anche prima di scrivere Kuraj, suo romanzo d’esordio, viaggiò a lungo nelle steppe euroasiatiche perché, come ricorda, «ho sempre bisogno di vedere i luoghi di cui parlo.» L’Asia la scoprì presto, appena ventenne, insieme a un’amica di Chiavari, Mariola. «Erano i primi anni Settanta. La destinazione era l’Afghanistan, ma ricordo che eravamo andate a cercarlo sull’atlante perché non sapevamo dove fosse di preciso», dice ancora.
Nonostante abbia lasciato Genova da bambina, il suo legame con la Liguria non si è mai spezzato. Anzi, le piace incrociare conterranei nei luoghi più improbabili. «A Kabul avevamo conosciuto una coppia di liguri, arrivati fin lì con una Cinquecento. Molti anni dopo, in Uzbekistan, a Buchara, in una casa da tè, mi sono messa a chiacchierare con altri due liguri che seguivano la via della seta». Quando suo figlio era piccolo, ha vissuto a lungo a Sanremo, ospite in una villa con terrazzo, giardino e frutteto, e lì, all’ombra di un albero di pepe, scrisse il suo primo libro. A Genova torna spesso e la trova più bella e luminosa di quella dell’infanzia. Sua madre, piemontese, le ripeteva con orgoglio: «Tu sei genovese. Lo diceva con uno sguardo particolare, come se fosse un attributo nobiliare, un segno distintivo che non si perde mai. E aveva ragione».
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