Classici e comici
Nata a Genova nel 1955, Elisabetta Pozzi ha debuttato giovanissima nel 1976 nel Fu Mattia Pascal al fianco di Giorgio Albertazzi, con la regia di Squarzina, allo Stabile di Genova.
Da allora non si è mai fermata: dall’interpretazione di grandi classici, Dostoevskij, Euripide, Ibsen, Shakespeare, Cechov, Schnitzler, Eschilo, Hugo von Hofmannsthal, alla drammaturgia moderna e contemporanea, portando in scena testi di Dacia Maraini, Abraham B. Yehoshua, Karen Blixen, Franco Brusati, Selim Nassib, Ghiannis Ritzos, Christa Wolf, Arnold Wesker.
Per alcuni spettacoli ha lavorato anche alla stesura drammaturgica (Cassandra o del Tempo divorato con Aurelio Gatti) e alla regia (Annie Wobbler con il marito Daniele D’Angelo). Per il cinema ha interpretato varie pellicole e il successo di Carlo Verdone Maledetto il giorno che t´ho incontrato, grazie al quale ha vinto il David di Donatello nel 1992 come miglior attrice non protagonista.
“Sono nata a Genova, ma la vita da nomade è iniziata a 9 anni, mio padre era ufficiale e le prime “tournées” in giro per l’Italia le ho fatte con la famiglia. Sono tornata a Genova da adolescente e l’impatto con la scuola – il liceo classico D’Oria – è stato durissimo: mi sentivo diversa, non avevo amici e per la mia parlata un po’ romana mi chiamavano terrona. Ero sperduta”. Elisabetta Pozzi, attrice formatasi alla scuola del Teatro Stabile di Genova, ha recuperato il suo rapporto con Genova quando ha incontrato chi l’ha valorizzata nelle sue passioni: il teatro e la libertà, inscindibili l’uno dall’altra.
“La cosa più importante per me della Liguria è la luce, gli spazi aperti, l’orizzonte sul mare, il senso di libertà provato quando, desiderosa di cambiamenti, andavo a camminare a Boccadasse e a Vernazzola, pensando a come inventarmi la vita. E il teatro incarna proprio questo desiderio di rinnovamento verso qualcosa di migliore sul piano civile e sociale. Il teatro è il luogo sacro del rito, dove succede qualcosa di speciale. A me ha insegnato a esser aperta alle sensazioni e ai bisogni della gente, a capire sulla pelle quello che sta accadendo nel mondo, ti fa conoscere caratteri diversi da te, ti fa vivere più vite”.
Betta, come si fa chiamare, è una attraente signora del palcoscenico, energica, passionale, generosa, affabile, autenticamente spontanea. Eppure ha un lato riservato e un pizzico di diffidenza. Una forza della natura per vitalità e determinazione, bilanciate da cautela e molta riflessione: questo emerge dall’osservazione grafologica della sua scrittura, appositamente redatta per Blue Liguria. E’ vero? “Sì è così, ho sempre avuto un forte slancio verso le persone, mediato però da un’altra me che mi ha imposto cautela. Lo slancio è rimasto ma l’educazione ricevuta dai miei e poi le esperienze della vita mi hanno resa più attenta, rifletto e ragiono di più, un po’ mi dispiace…”
Certo Pozzi fa molta autocritica. “Dipende dall’educazione ricevuta, da mio padre soprattutto: il motto era non accontentarsi mai di quello che si raggiunge ed io l’ho assimilato diventando tremendamente esigente con me stessa. Anche mia madre, che era insegnante, viveva col terrore che facessi cose sbagliate. Ma la conflittualità fa crescere e oggi so essere forte nel rapporto con il mondo”.
A proposito di madri, al Politeama Genovese il 21 e il 22 marzo va in scena “Tutto su mia madre”, regia di Leo Muscato, un lavoro forte, reso celebre dal film di Almodòvar. “E’ stata una piccola sfida, il testo, scritto originariamente per il teatro, è una splendida opera corale, difficile da realizzare. Più dei ruoli mi interessano i testi che diventano pretesti: qui si parla di problemi sociali e umani, espressi con lucidità, ironia, vigore e grazia”.
Osservare Elisabetta Pozzi mentre si racconta è un’esperienza emozionante. Non solo per ciò che dice con garbo e misura privi di autocompiacimento, ma anche per come si esprime con il corpo. Le mani, in particolare, disegnano nello spazio tante piccole grandi storie, esercitando un fascino quasi ipnotico. “Studiando danza moderna ho imparato quanto il corpo parla, l’energia deve passare attraverso tutto il corpo, non solo dalla voce e dal volto”, spiega.
Colpisce nel sorriso di Betta Pozzi l’innocenza e insieme l’amarezza, come se della vita lei cogliesse ad un tempo l’origine e la fine, in un gioco fiabesco mescolato però alla vita quotidiana. Anche lo sguardo esprime stupore e consapevolezza, come in un sogno ad occhi aperti. Difficile pensarla in una realtà diversa dal teatro. “Mi vedrei solo come archeologa, biologa marina, ricercatrice delle forme vive, della storia dell’umanità, un po’ come in teatro”, conferma lei.
La sua scrittura parla di un’affettività piena e calorosa, di capacità di donarsi, ma anche di amor proprio e orgoglio. Com’è l’amore per lei? Pace o guerra? “L’uno e l’altro, l’amore è vitalità, comprende entrambe le cose. Daniele, mio marito, ed io siamo due sognatori, ci raccontiamo le favole la sera e facciamo vivere i sogni un po’ da incoscienti, come lo spazio che abbiamo acquistato da soli e che stiamo ristrutturando per fare una scuola di teatro per i giovani”.
E la faccina che sigla la sua firma sorride…ottimista.
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