Romèo et Juliette, al Carlo Felice a lieto fine

La recensione - L´opera di Charles Gounod in scena ancora stasera e martedì prossimo: evento ben riuscito, apice della stagione del teatro. Con (o senza) cuore e voce di Andrea Bocelli
Matteo Guerrieri
Un scena di Roméo et Juliette, in programma ancora stasera e in replica il prossimo 4 marzo
Un scena di Roméo et Juliette, in programma ancora stasera e in replica il prossimo 4 marzo


L´opera

Roméo et Juliette, il secondo, grande successo di Gounod dopo il Faust, debuttò al Théâtre Lyrique di Parigi nell’aprile del 1867, costituendo subito un modello per i compositori francesi immediatamente successivi, in particolar modo Bizet e Massenet. Al Teatro Carlo Felice va in scena con la regia del monegasco Jean-Louis Grinda, la scenografia di Eric Chevalier e i costumi di Carola Volles. Lo spettacolo verrà fissato su supporti DVD e CD audio per l’etichetta DECCA.

“Negli ultimi otto giorni siamo passati da -4 C° a +14 C° e in teatro è arrivato un virus di quelli veri.” Con queste parole il sovrintendente Giovanni Pacor lascia presagire il peggio in platea. “Oggi pomeriggio abbiamo ricevuto una telefonata da Bocelli: il virus l’ha raggiunto e non può cantare”. La platea rumoreggia mal celando una grande delusione: dopotutto lo spettacolo è cucito su misura per lui. “Abbiamo subito telefonato al secondo tenore Josè Bros, ma ci ha detto che stava peggio. Allora abbiamo richiamato Bocelli, gli abbiamo spiegato la situazione, e solo un artista con un grande cuore come Andrea poteva accettare di essere qui stasera.”

Storia a lieto fine che stimola la platea ad un applauso. Tutto quindi è pronto per la prima rappresentazione del Roméo et Juliette di Charles Gounod, una delle più riuscite rappresentazioni della struggente e tragica storia d’amore funestata dall’odio familiare e una tra le migliori opere dell´artista, che ha musicato le parole di Shakespeare rivisitate da Jules Barbier e Michel Carrè, librettisti specializzati nella riduzione di grandi opere letterarie.

Una dramma sempre attuale che riesce a commuovere ed emozionare. Dopo il debutto trionfale al Théâtre Lirique di Parigi il 27 aprile 1867, Roméo et Juliette è stata rappresentata con diversi cambiamenti nella partitura: in questo nuovo allestimento Genovese, coprodotto con l’Opèra de Monte-Carlo, sono assenti il balletto (composto per l´Opéra), l´Entr´acte tra quarto e quinto atto e l´esecuzione integrale del duetto nel secondo (De cet adieu), ritenuta dallo stesso Gounod fondamentale per una resa efficace dei sentimenti espressi.

Ciò che maggiormente colpisce è senza dubbio la scelta scenografica di Eric Chevalier, volta a dare risalto a canto e recitazione attraverso pochi, significativi elementi. Lo spazio, fisico e concettuale, del dramma di Romeo e Giulietta è delimitato da pannelli atti a rappresentare le vie di una Verona ottocentesca che sboccano in una pedana girevole centrale su cui si svolgono le azioni e che si trasforma, di volta in volta, in una piazza, in un balcone, in una collina o in un cimitero. Sul palco e sulla pedana lunghe listelle di legno invisibili servono da riferimento a Romeo-Bocelli per i movimenti. I quadri sullo sfondo in sinergia con un magistrale uso delle luci ad opera di Roberto Venturi, danno un risultato finale elegante nonostante sembri mancare un’idea forte da parte di Jean-Louis Grinda, capace di gestire discretamente e con mestiere le scene, che a tratti possono risultare piatte, e la “folla” (coro e mimi) che occupa il palcoscenico senza mai appesantire lo sguardo dello spettatore. A completare questa neutralità, gli ottocenteschi ma snelli ed essenziali costumi di Carola Volles, rossi per i Capuleti e blu per i Montecchi; pur con diversi cambi, Giulietta indossa sempre vesti candide, espressione della purezza del proprio sentimento.

L’Orchestra e il Coro del Carlo Felice, sotto l’esperta guida di Fabio Luisi (aiutato nella concertazione, a causa dei suoi impegni col Metropolitan, da Marcello Rota che dirigerà la replica di Martedì prossimo) toccano vette di qualità ed espressione ormai rare per questo Teatro e contribuiscono, insieme al cast, ad un successo annunciato. Il bel soprano Maite Alberola (Giulietta) risulta molto disinvolto nei movimenti e nella voce, caratterizzata da una buona potenza ed espressione che le permette di trascinare la platea nel magnifico valzer dell’arietta del primo atto Je veux vivre dans ce reve affiancata da una piacevole Elena Traversi nelle vesti della fedele Gertrude. Dotato di ottimo spessore vocale Andrea Mastroni capace di dare a Frate Lorenzo il carattere complice coi personaggi principali ma saggio e distaccato al contempo; magnifica l’interpretazione vocale e scenica di Annalisa Stroppa (Stefano en travesti) che riesce nell’ “inganno” tipico dell’opera di far passare un mezzo-soprano per un giovane e impavido adolescente. Ma la platea ha gradito e applaudito con entusiasmo tutto il cast, tra i quali Blagoj Nacoski (Tebaldo), Alessandro Luongo (Mercuzio), Franco Sala (Paride), Marzio Giossi (Capuleti), Biagio Pizzuti (Gregorio), il duca di Verone Fabrizio Beggi e un degno di nota Manuel Pierattelli nel ruolo di Benvolio.

Discorso a parte per Andrea Bocelli, popstar di indiscusso valore ma tenore piuttosto discutibile. Romeo è un ruolo da tenore lirico, al massimo di tenore lirico di mezzo carattere, ma non si addice particolarmente alla voce dal timbro chiaro e pulito ma limitato nel volume tipica del tenore leggero, quale è effettivamente la voce di Bocelli. Voce che viene spesso sovrastata dall’orchestra e dai colleghi, che costringe ad “abbassare i toni” nei duetti, voce piacevole e precisa nel registro medio ma che incontra non poche difficoltà negli acuti. C’è anche da dire che Romeo è un ruolo difficile per molti tenori sia per la tessitura, sia per la durata e l’intensità del canto: è sempre in scena e canta dall’inizio alla fine dell’opera per cinque atti e circa tre ore. Un giudizio oggettivo è difficile darlo, ma tutti sono d’accordo sia l’unico elemento discutibile di una rappresentazione brillante.

Degna di nota però è l’interpretazione scenica. Grazie ai riferimenti sul palco e alla guida dei colleghi in scena mascherata da scelta registica, Andrea Bocelli è padrone del palco, si muove con disinvoltura e agilità. È capace di trasportarci nell’aspetto romantico e intimo della storia d’amore tra Romeo e Giulietta; è capace di farci vedere quello che lui vorrebbe vedere e per un istante che dura cinque atti ci convince che i due protagonisti si perdono l’uno negli occhi dell’altro.

Un opera ben riuscita, apice della stagione del Carlo Felice sotto ogni punto di vista. Qualcuno può trovare discutibile la scelta di grandi nomi per intasare il canale streming del Teatro e per riepirne platea e galleria, qualcuno può pensare che sia una scelta dettata dal marketing dove è più importante l’immagine, il nome di spicco, la notorietà a scapito, talvolta, della qualità. Ma bisogna dire che questa rappresentazione del Roméo et Juliette, oltre ad essere di grande qualità, ha il grande merito di essere stato in grado di riempire il Carlo Felice di Genova di pubblico. In teatro c’erano tutti: giovani, meno giovani, intramontabili abituè, i tanti con abiti costosi e eleganti, altrettanti con i jeans. Finalmente il Carlo Felice si è dimostrato un teatro vivo e capace di mettere d’accordo tutti per una sera all’opera. Non ci resta che sperare che quelle di ieri siano state le prove generali di un teatro vivo possibile, non solo nella “Genova del domani” ma in tutta l’ “Italia del domani”…Paese che “ieri”, è il caso di ricordarlo, ha dato i natali all’opera lirica. E a scriverlo oggi suona quasi paradossale.

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