L´album: successi, inediti e esclusive su Itunes
Gianpiero Alloisio, 55 anni, nato con il Teatro Canzone dell’Assemblea Musicale Teatrale, collaboratore stretto di Giorgio Gaber e Francesco Guccini (con cui condivide i successi Venezia, Dovevo fare del cinema, Bisanzio, Milano), tra i fondatori del Teatro della Tosse di Genova.
Il suo ultimo disco ripercorre quasi quarant’anni di carriera in 13 tracce più una bonus track (Canzone per Carlo, scritta nel 2002 da Gianpiero su richiesta di Haidi e Carlo Giuliani): alcune pietre miliari della sua produzione (King, Baxeico), ma anche le sue ultime avventure di teatro-canzone dai risvolti umani talvolta eccezionali. Fra queste, il recupero dei brani inediti di Umberto Bindi, che regala un nuovo sguardo e una nuova luce su una vicenda artistica tra le più emblematiche e toccanti della storia della musica, e viene celebrata con quattro brani inediti all´interno della track-list del cd.
Un disco poetico che contiene anche canzoni molto dirette, immerse nel presente, come Italia ti vorrei salvare, l´attualità incalzante di Non c´è lavoro, rap di un dramma dei giorni nostri. Come drammatica è Venezia, canzone resa celebre da Guccini, che Alloisio scrisse nel ‘77 per la cugina Stefania morta di parto, e che qui torna a interpretare.
C´è poi La strana famiglia, canzone ormai nota dedicata alle trasmissioni televisive scritta con Gaber nell´88 per il duo Gaber-Jannacci e oggi aggiornata per esprimere nuovamente la sua inossidabile attualità. Senza è la colonna sonora dell’operina Malavitaeterna (che debutterà al Duse di Genova il 14 marzo 2012), mentre in esclusiva per iTunes, l’aggiornamento di una grande canzone comica scritta da Alloisio nel 2002, Silvio, la cui battuta finale ha fatto il giro del mondo: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.
Uno cresciuto insieme a Gaber, Jannacci e Guccini, tra i pochi uomini in carne e ossa a essere diventato un disegno di Lele Luzzati, che di professione fa il cantastorie e in carriera è stato cantautore, attore e sceneggiatore e persino “archeologo musicale”, deve averne viste davvero tante. Tante vite, vissute e incontrate, una diversa dall’altra, che Gian Piero Alloisio da Ovada, 54 anni, genovese d’adozione, teatrante e musicista, ha deciso di raccontare tutte insieme nel suo ultimo album Ogni vita è grande, appena pubblicato da Universal, presentato ieri sera a Palazzo Ducale, nella sua Genova.
Un cd a metà tra il greatest hits di oltre quarant’anni di carriera (ci sono quasi tutte le grandi canzoni di Alloisio, da King a quella Venezia resa famosa dai concerti di Francesco Guccini, fino all’ode al pesto di Baxeico e La strana famiglia) e la sintesi e i frutti del più recente - monumentale - lavoro del cantautore di Ovada, che dal 2007 al 2010 ha dedicato quasi ogni giorno per catalogare, digitalizzare e riportare alla luce l’intera opera inedita e le memorie di Umberto Bindi, indimenticato e incompreso artista genovese, autore di pezzi di storia della musica italiana come Arrivederci e Il nostro concerto.
Nastri, cassette, spartiti, foto, copioni e pagine di diario: oltre 3.000 fogli e 239 brani inediti del “primo cantautore” dalla storia tormentata - emarginato dal mondo dello spettacolo per la sua omosessualità - che Alloisio ha fatto diventare uno spettacolo teatrale (La musica è infinita, sul palco dello Stabile nel novembre del 2010), da cui ha attinto quattro nuovi brani dell´album e a cui si è ispirato per scrivere la toccante L’eco di Umberto, traccia numero dieci dell’album in uscita.
“Esperienza forte” dalla cui “energia” sono in parte nate anche le tante ideate e organizzate da Alloisio in questo passato più vicino: gli spettacoli risorgimentali del 2011 come il prossimo Malavitaeterna, operina ambientata nei vicoli genovesi, in scena sul palco del Duse dal 14 al 18 marzo con la sorella Roberta (fresca di vittoria al Premio Tenco) e il cantautore Federico Sirianni.
Nel frattempo proseguirà la tournee dello spettacolo L’eco di Umberto (partito a gennaio) e verrà presentato in giro per l´Italia il nuovo disco: il 2 febbraio appuntamento a Milano per Radio Popolare, all’Auditorium Demetrio Stratos, il 6 febbraio con L’eco di Umberto a Roma, al Teatro Quirino, il 9 a Santa Margherita Ligure per il Premio Bindi Winter Edizione Speciale e il 29 febbraio al Teatro Sociale di Valenza (AL).
Drammaturgo, musicista, teatrante, “archeologo”. Oppure il tossico di King, il menestrello di La strana famiglia, il cantautore di Ogni vita è grande, la canzone che ha composto per ultima e ha dato il nome all’album. Quanti mestieri.
Tanti, sempre diversi. Del resto sono cresciuto guardando il camaleontico Zelig di Woody Allen. Ho scritto anche qualche sceneggiatura: una ancora incompleta era per Salvatores, con Silvio Orlando e Diego Abatantuono: la storia di un ex Br e un camorrista che escono dal carcere di Benevento per fare insieme il viaggio verso Genova, uno senza una lira e l’altro pieno di grana. Si chiamava “Vicu Dritu”. Era l’84.
Ma chi è Gianpiero Alloisio?
Sono soprattutto un cantautore politico. Uso la poesia, la comicità, l´ironia, la drammaturgia, ma non faccio intrattenimento, faccio politica, faccio cultura, spesso anche in stretto rapporto con le istituzioni. In ognuna delle 14 canzoni dell´album c´è l´urgenza di un intervento. In alcuni casi lo si capisce già dal titolo: Il Paese delle cose che non sono, Italia ti vorrei salvare, Non c´è lavoro. Anche le canzoni di Umberto Bindi, che ho completato e registrato dopo aver´salvato´ la sua immensa opera inedita per conto della Regione Liguria, hanno dentro l´attualità. E la vita stessa di Bindi può essere un attualissimo esempio per i giovani: compositore di livello internazionale, emarginato dai media per il suo orientamento sessuale, ha continuato a comporre, fedele alla musica e a se stesso, anche senza una visibilità in una società dove tutti vogliono apparire senza saper fare nulla.
Come è stato ricostruire con reperti musicali la vita di Bindi, l’artista per cui è stata coniata la parola “cantautore”?
Ho voluto far provare al pubblico la mia stessa emozione nello scoprire nell’intimità un artista che conoscevo solo per qualche bellissima canzone: al protagonista dello spettacolo del 2010 - il mio alter ego - vengono affidati i nastri lasciati da questo musicista di fama internazionale di cui si sa poco, e arriva piano piano a capirne la vita attraverso le sue registrazioni. Esattamente come è capitato a me: ho dedotto e messo in scena la vita di Bindi ascoltando quarant’anni di rumori di sottofondo e confessioni al microfono. Mi ha fatto impressione ascoltare le sue sofferenze notturne, e ricostruire la storia del suo precipizio verso la povertà. Si riconoscono il traffico di Roma, gli anni in periferia, il momento in cui nessuno lo farà più lavorare, il pianoforte sempre più scordato, le visite di Tenco, Renato Zero, Calabrese, Gino Paoli, la Pivano.
E qualche bella canzone.
Si. E il bello è che più si trovava in difficoltà, più si alzava la qualità della composizione. È una grande lezione di fedeltà a se stessi: nonostante tutto, Bindi sapeva di essere un grande musicista. Registrava con la quasi totale certezza che nessuno avrebbe ascoltato i suoi pezzi, ma mi piace pensare che in fondo sperasse in una loro futura pubblicazione. In questi nastri ci sono disperazione e solitudine, ma il modo in cui è stato lasciato questo grande patrimonio di brani e memorie fa pensare. Uno che scrive così tanto non lo fa per non farsi ascoltare.
Oggi potrebbe farlo?
Non penso, non troverebbe una collocazione, né sarebbe tollerato. Eppure Bindi è stato importantissimo, i suoi successi sono cantati in tutto il mondo. Pensi che nelle registrazioni del White Album ad Abbey Road si sentono i Beatles suonare qualche secondo di Il mio mondo di Bindi, in quelle settimane in classifica cantata da Tom Jones.
Dei 120 pezzi inediti di Bindi “riscoperti”, nel nuovo cd troviamo La luce in un canto, testamento artistico che prende vita per la prima volta a dieci anni dalla sua scomparsa, La Parte migliore in collaborazione con Maurizio Maggiani, e Passa e Il paese delle cose che non sono, con i suoi testi. Ne affiderà altri a qualche altro collega?
A me personalmente piacerebbe riprendere l’aspetto fiabesco di Bindi, le opere per ragazzi. Qualche cantante italiano mi aveva contattato per farsi dare qualche brano, ma non penso se ne farà nulla. A Guccini invece li ho fatti solo ascoltare - “non posso cantarli, hanno le note troppo lunghe”, mi ha detto – con il suo vocione li farebbe sembrare pezzi comici.
Meglio il teatro della canzone?
Si, penso sia il teatro l’unico futuro percorribile per la canzone d’autore, la musica di qualità, la cultura in generale. Meglio comporre per un copione che per un cd: lo hanno capito anche i più giovani della “scuola genovese”, come Giua.
Esiste ancora una scuola genovese?
Non è mai esistita in realtà: nessuno ha mai insegnato a nessuno. Però i legami ci sono sempre stati, e forti, e continuano a esserci. Come quando Lauzi mi veniva a vedere ad Apricale, quando facevo i Tarocchi con la Tosse, o come faccio io con Giua e Sirianni. La terra ligure sa legare stretto.
A proposito di Genova, come la vede la sua città d’adozione, dalla sua casa di Ovada?
Come al solito. Ci ho abitato tanto, è bella e difficile. Con tanta cultura ma troppi musei e sempre gli stessi che riescono a organizzare le cose. E il solito difetto di non voler comunicare e valorizzarsi, e di incoraggiare sempre a scappare di qua: non mi dimenticherò mai la volta che ho capito che sarà sempre così.
Racconti.
Sembra un sogno ma non lo è: era una notte degli anni ’80, con Ombretta Colli avevamo appena finito il nostro spettacolo al Manzoni di Milano e ci avventurammo nella nebbia alla ricerca di un posto dove mangiar qualcosa. Trovammo aperta solo una pizzeria, chiusa dal di dentro ma con le luci accese e un gran rumore di canti, risate e vociare. Bussammo. Solo dopo qualche minuto ci aprirono la porta: era Bruno Lauzi, che si voltò verso la tavolata all’interno dicendo: “c’è anche Alloisio, non manca più nessuno!”. C’erano tutti gli artisti genovesi del momento, dal primo all’ultimo: dai Matia Bazar a Oscar Prudente, da Reverberi a De Andrè, che mi offrì la cena. Tutti quanti. Tutti i “genovesi” insieme a tavola. A Milano.
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