Susanne, da Zoagli all´avventura

Dopo oltre quattromila miglia e un mese di navigazione in solitaria, la velista ligure è tornata a casa. Partita il 25 settembre scorso per la transatlantica, ha navigato manovrando manualmente il timone per quasi metà regata ed è arrivata ventitreesima (su 84) e prima tra gli 8 italiani
Matteo Macor
Susanne Beyer a bordo di Penelope, la barca classe mini con cui ha attraversato l’Atlantico
Susanne Beyer a bordo di Penelope, la barca classe mini con cui ha attraversato l’Atlantico

Susanne Beyer a bordo di Penelope, la barca classe mini con cui ha attraversato l’Atlantico
La velista di Zoagli è testimonial del Festival dell’Eccellenza al Femminile
Durante la Transat sono vietati internet, il telefono satellitare e ogni contatto con il mondo
Susanne tra le barche di Bahia, appena sbarcata in Brasile
L’avventura della Beyer è stata seguita dai suoi tifosi dal suo sito www.minipenelope.it

Non ce ne voglia il grande Omero, ma la nostra Penelope è molto più in gamba della sua. La Penelope del 2011 fa la marinaia, ascolta l’IPod, parla tre lingue e invece di stare a Itaca ad aspettare il suo Ulisse gira gli oceani su una barchetta di sei metri per tre. A dir la verità si chiama Susanne, di cognome fa Beyer ma è ligure di Zoagli: Penelope è il nome della barca a vela che ha guidato dalla costa atlantica francese a Bahia (in Brasile) insieme agli altri concorrenti della regata più dura della vela oceanica, la leggendaria Transat. Oggi era a Genova all’incontro inaugurale del Festival dell’Eccellenza al Femminile (in programma fino al 21 novembre) – pelle bruciata dal salino e sorriso stanco - per raccontare la sua avventura per mare.

Partita dal porto di La Rochelle il 25 settembre scorso (insieme ad altri 84 partecipanti, 8 italiani, 6 donne), passata per la tappa intermedia di Madeira del 13 ottobre, Susanne è arrivata al traguardo nella notte del 10 novembre, dopo i venti gelidi di Finisterre e le strette di Capo Verde: oltre un mese di mare in completa solitudine, con un equipaggiamento ridotto all’osso e l’aiuto delle sole stelle. «Tassativamente vietati internet, il telefono satellitare e ogni contatto con il mondo esterno - racconta la velista, classe ’78 - Sta tutto all’abilità del marinaio, che deve navigare guidato dalla sola bussola, dal cielo e - a volte - la radio di gara».

Peccato che anche le uniche componenti tecnologiche consentite (e fondamentali) abbiano dato forfait sul più bello: «All’inizio della seconda tappa della regata – oltre Capo Verde - ero ancora nel gruppo di testa, nell’olimpo della vela oceanica: poi si sono rotti uno dopo l’altro i due piloti automatici, ed è iniziato l’inferno». Per non abbandonare la competizione in mezzo al mare, perdere la rotta o dover ripiegare su uno sbarco di fortuna sulla costa africana, la velista ligure è andata avanti manovrando il timone manualmente per tutta la gara: «L’unica cosa da fare è stata seguire una ferrea tabella dei tempi: mi fermavo per brevi pause di poche decine di minuti, tiravo giù le vele e potevo finalmente mangiare, dormire, riposarmi. Ho avuto paura di perdere ogni energia anche prima di raggiungere il traguardo, e invece sono arrivata con le mie vele fino in Brasile. Ventitreesima, ma prima degli italiani. Non male».

E pensare che è proprio per vivere un’avventura che Penelope si è preparata per tre anni e duemila miglia di regate di qualificazione: «Ho scelto questa gara perché è l’unica dove si sta davvero da soli. È il fascino della vela d’altura, il massimo che un marinaio possa vivere: la solitudine dell’oceano, l’uomo e la natura, e basta». Nient’altro o quasi, per davvero: «Si vive come gli alpinisti attaccati alla parete di roccia, senza bagno, né letto, si cucina con fornelletto e cibo liofilizzato. La barca è un guscio vuoto in cui tutto viene pesato al grammo e riempito dell’essenziale: acqua, vivande, la zattera e il materiale di sicurezza».

Nel guscio viola con il numero 745 di Penelope, per fortuna, c’è stato anche il posto per qualche bel libro («Ma senza strapparne le pagine come fanno i velisti in gara per tagliare sul peso, ai miei libri ci tengo troppo»), per l’Ipod dell’amica cantautrice Giua, e per il pannello solare per ricaricarlo. «Ho portato con me al di là dell’Equatore tutti i miei amici, i tanti che mi hanno permesso di vivere questo sogno e sostenuto in questi anni di sacrifici». Anni passati a lavorare sulle barche d’epoca e mettere da parte risparmi, costruire con le proprie mani la barca che sarebbe diventata compagna d’avventura, allenarsi per dimostrare di poter affrontare la prova più dura per ogni velista.

Andata a buon fine la romantica impresa, il bello viene ora. Susanne è arrivata fino in fondo alla gara, ma i soldi in cassa sono finiti. «Non ho trovato abbastanza finanziamenti per sostenere l’intera organizzazione. Poi però mi son detta: Pur Qua pà? Perché no? e son partita comunque. Ora venderò la mia barca e mi butterò su altri progetti e altri mari». Quali? Chissà. Per ora si riposa, a terra. Perché dopo «32 jours, 13 heures, 7 minutes, 26 secondes» di traversata oceanica in solitaria, «l´Atlantico e´ troppo lungo anche per un´ottimista indefessa come me».