La Liguria è ancora bella. Nonostante noi. Che amiamo definirci liguri, che ci vantiamo delle nostre radici. Ma che abbiamo tradito la nostra terra, vendendola per metterci in tasca quattro soldi, per costruirci una stanza in più, per tenerci stretta una poltrona da amministratore.
Eppure sono tante le ragioni per cui dovremmo avere a cuore la Liguria. E non sono fisime da ambientalisti con il nasino all’insù. Abbiamo avuto in dono una terra meravigliosa. La bellezza ci aiuta ogni giorno. Induce pensieri migliori, perché la bellezza non garantisce la felicità, ma è elemento importante di un rapporto migliore con il mondo. Non solo: un ambiente integro è essenziale per la salute. Qualità, ma anche quantità della vita, perché costruendo in ogni centimetro quadrato libero, ci riempiremo gli occhi di cemento, ma anche i polmoni dello smog di centinaia di migliaia di auto. Parlano i dati: così la percentuale di malattie al cuore, di tumori, aumenta. Si vive peggio. E anche meno.
Ma di questi tempi soprattutto altre preoccupazioni sembrano capaci di smuoverci. Quelle che ci toccano il portafogli. Eppure il cemento che sta invadendo la nostra regione – con la benedizione di centrodestra come di centrosinistra – ci svuota anche le tasche. Primo, perché le nostre principali risorse economiche sono la bellezza e il turismo. Più del mattone che porta soldi a pochi. I turisti non continueranno a venire in una terra dove i paesi sembrano periferie industriali, dove il mare è pulito solo quando soffia la tramontana. Dove il traffico ricorda quello di Milano nell’ora di punta. Tanti se ne andranno. E la soluzione per attirarli non è certo costruire ancora (abbiamo già il record delle abitazioni vuote), ma puntare sulla qualità dell’accoglienza e della natura.
No, la gente non verrà in paesi con un tessuto urbano e sociale desertificato, dove d’inverno nove case su dieci sono vuote e per parlare con un vicino, per guardare qualcuno in faccia bisogna fare un chilometro.
E invece continuiamo a costruire, come presi da una pazzia, anche se il nuovo cemento fa perdere valore alle nostre case. Ci fa impoverire arricchendo i soliti costruttori, magari amici degli amici.
Intanto, mentre la costa diventa grigia, i borghi dell’entroterra muoiono. Invece dovremmo conservarli, per il turismo, per dare lavoro alle imprese (non si deve solo costruire, ma anche recuperare), ma soprattutto per salvare l’altra anima della Liguria.
Ricordate la poesia di Giorgio Caproni? “La mia casa è la sola abitata. Son vecchio. Che cosa mi trattengo a fare, quassù, dove tra breve forse nemmeno ci sarò più io a farmi compagnia? Meglio – lo so – è ch’io vada prima che me ne vada anch’io. Eppure, non mi risolvo. Resto. Mi lega l’erba. Il bosco. Il fiume. Anche se il fiume è appena un rumore ed un fresco dietro le foglie”.
Ecco, non è soltanto il cemento il problema. Questa colata che ci sommerge è segno che amiamo poco la nostra terra. Eppure, come dice Caproni, la Liguria siamo noi. I luoghi dove viviamo rappresentano il nostro legame con il passato e con chi ci ha preceduto.