“Diderot, Rameau e altri paradossi” è il titolo della lettura che Silvio Orlando, attore e regista teatrale, uno dei più amati protagonisti del cinema italiano, ha proposto nell’ambito del Festival della Mente di Sarzana (andato in scena dal 2 al 4 settembre). Un dialogo etico-filosofico con la collaborazione di Edoardo Erba che è una satira sull’intellettuale integrato al sistema.
Come le è venuta l’idea di dare respiro teatrale a “Il nipote di Rameau”? Forse perché presenta analogie col nostro tempo?
Il mio primo impatto con “Il Nipote di Rameau” è avvenuto nella prima giovinezza. Avevo vent’anni quando ho letto il libello e allora non disponevo di tutti gli strumenti per cogliere in profondità i problemi che poneva l’autore: la vendita delle idee, i condizionamenti del committente, l’integrità dell’intellettuale, temi che ho poi messo a fuoco meglio nel corso degli anni e che oggi hanno grande attualità. Diderot in questo dialogo contrappone l’intellettuale impegnato a quello che accetta di diventare servo, di adulare e blandire i potenti. Ma è in quest’ultimo, in Rameau, il quale dimostra l’ipocrisia di ogni forma di morale, che si riconosce Diderot. Come Flaubert si riconosceva in Madame Bovary.
La satira di Diderot è della seconda metà del Settecento quando gli illuministi erano convinti che un altro mondo fosse possibile….
Sì, filosofi e scrittori erano consapevoli che il pensiero tende a modificare il reale. Ma per diffondere le idee e incidere sulla realtà servono i soldi. Dunque c’è un prezzo da pagare. L’alternativa a questo è il velleitarismo della pura testimonianza, che significa condannarsi alla marginalità inefficace. Il parlare ai quattro gatti che condividono le tue idee.
C’è una via di mezzo? E’ possibile corrispondere ai progetti del committente senza rinunciare alla libertà e alle proprie idee?
Bisogna essere del bravi funamboli. Il potente tende ad usare l’intellettuale come una foglia di fico. Sta all’intellettuale fare in modo d’essere non foglia di fico ma di ortica. Che almeno provochi prurito, che risulti fastidiosa in qualche nodo.
Come sarà questa anteprima a Sarzana?
Il progetto era quello di proporre la lettura di Rameau in una rassegna culturale e il Festival della Mente di Sarzana, dedicata alla creatività, con un pubblico attento e colto, mi è sembrato un luogo ideale per questa anteprima. Certo, dal punto di vista scenico non ci saranno luci o effetti particolari, però il chiostro di San Francesco che ho visto in fotografia e di cui mi ha parlato la direttrice Cogoli è un luogo di meditazione che bene si presta a questa riflessione sull’uomo, la sua condizione, le sue contraddizioni. Si tratterà della lettura di un testo ridotto della durata di circa un’ora.
Nel suo immaginario, artistico e non, che ruolo hanno Genova e la Liguria? E ha inciso in qualche modo su questo immaginario un’attrice come Carla Signoris, con cui ha lavorato? Genova è una delle quattro capitali italiane dei teatro insieme a Napoli, Venezia e Bologna.. Quando si presenta un’opera a Genova, come a Napoli, non si sa mai che cosa può succedere. A Genova c’è un’idea forte di teatro e lo Stabile è una tappa irrinunciabile nella formazione di un attore. Delle più di 400 repliche dei Fantasmi quella allo Stabile è stata una delle più intense. A Genova c’è un pubblico esigente che sa riconoscere la sincerità di una proposta. Carla Signoris di Genova è una testimone davvero ironica e piacevole.
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