Savonarola è Don Gallo

Il prete ligure porta in scena il frate che cinque secoli fa difese i poveri dalle prepotenze dei po
Lorenzo Tosa
Il prete di strada genovese  si è scoperto attore a 83 anni
Il prete di strada genovese si è scoperto attore a 83 anni


Dongallo, a Genova, si pronuncia tutto in una volta, senza pause, quasi fosse un nome d’arte. Crasi perfetta per un uomo che, a 83 anni, ha alle spalle almeno cinque vite: il giovane salesiano degli anni ’50 e ’60; il viceparroco del Carmine, che nel 1970 convinse gli operai a portare in spalla l’effigie della Madonna; il fondatore e animatore della comunità di San Benedetto al Porto, da oltre trent’anni rifugio e punto di incontro per gli emarginati, gli ultimi, i vinti di ogni lotta e ogni generazione. E poi il movimentista instancabile di questi anni, dal G8 del 2001 al No Dal Molin contro la base americana a Vicenza, sino al Gay Pride, dovunque ci sia da puntare un megafono in difesa dei diritti civili. Infine, lo scrittore di successo e l’uomo di spettacolo: quello che in primavera ha portato le prediche di Savonarola nei principali teatri italiani: Milano, Firenze, Bologna. Quasi tre ore di spettacolo dal titolo emblematico Io non taccio (da cui è tratto l’omonimo libro, scritto da Stefano Massini e edito da Corvino Meda), per fare le carte al presente attraverso una narrazione di cinque secoli fa.
Don Andrea Gallo, come si è sentito nei panni di attore?
Stanco. Anzi, esausto. Alla fine dello spettacolo, ho sempre avvertito una grande fatica. Ma, in fondo, è stato un passaggio naturale. Nella mia vita, mi sono trovato a interpretare tante parti. Nell’ascolto del tossicomane, del rom, del migrante, ho imparato a conoscere culture e costumi di vita lontanissimi. Senza dimenticare che vengo dai salesiani, dove studiavamo la tecnica filodrammatica. Sarà per questo che maestri come Dario Fo, Franca Rame e Moni Ovadia hanno sempre visto in me questa vis comica. La stessa di Fra’ Gerolamo, che giocava con l’ironia e la satira, senza ferire nessuno.
Com’è nata l’idea di portare in teatro una figura come Savonarola?
Mi hanno cercato gli amici di Promomusic, i quali hanno fatto una grande ricerca sul frate domenicano. Al primo incontro con questo grande profeta disarmato, mi sono sentito inadeguato. Poi, però, mi sono lasciato coinvolgere dall’incredibile attualità di quelle parole. È una voce profonda, per nulla mitica. Cinque secoli fa ad ascoltarlo andavano i poveri, gli indigenti, il popolo. Non a caso, il primo punto di Fra’ Gerolamo riguarda il bene comune. Si rivolge ai governanti, ai ricchi e ai potenti, si rivolge alla sua Chiesa, che definisce la “Leonessa vorace”, alla “Vacca Italia”, così spezzettata e occupata dagli invasori. E li inchioda con una semplice domanda: avete davvero a cuore il bene comune?
Chi sono oggi i “profeti disarmati”?
Penso a don Peppe Diana e a don Puglisi, che hanno pagato con la vita le loro idee, ma anche Don Ciotti, oggi, e padre Turoldo, ieri. Hanno testimoniato e sfidato i soprusi del loro tempo, attirandosi le ire dei poteri forti. Il potere stronca, impicca, brucia il profeta disarmato. Proprio come Savonarola, attorno a cui erano cominciate subito a circolare le accuse di eresia.
C’è chi lo ha accusato di essere solo un agitatore di piazze.
Molti storici lo hanno liquidato come eretico, come predicatore. Sono giudizi maliziosi nei confronti di un personaggio che la stessa Chiesa nei secoli ha riabilitato. In realtà, alle spalle c’era un movimento, un terreno che attendeva dei semi. In tantissimi, non solo fedeli, possono rivedersi in questi sermoni. Un anelito alla giustizia, all’onestà, alla pace. Ma tutto ciò ha un prezzo altissimo.
Quale?
L’impegno personale. Insieme alla non violenza, è l’altro tema fondamentale affrontato dal Savonarola, che riguarda tutti quanti. La coscienza cristiana non può tacere. È il non licet di Gesù e Battista, ma, al tempo stesso, un principio socratico sempre valido. Rivolgendosi ai cattolici in occasione delle recenti elezioni amministrative, monsignor Crociata ha suggerito di mantenersi al di sopra degli schieramenti. Io, invece, dico: pane al pane e vino al vino! Siamo tutti quanti chiamati a partecipare, nessuno escluso.
A distanza di cinque secoli, le cose non sembrano essere così cambiate…
C’è un passo in cui il Savonarola racconta il rapporto tra il tiranno e i magistrati, e il riferimento alla realtà attuale diventa quasi spontaneo. Un richiamo forte alla giustizia e ai temi della laicità, che riaffermano il primato della coscienza personale, per un’etica della responsabilità e non dell’obbedienza.