Lo spettacolo
Pro Patria
giovedì 29 venerdì 30 sabato 31 marzo 2012, ore 21
Teatro dell’Archivolto - Sala Modena
Piazza G. Modena 3 Genova
Fabbrica / Teatro Stabile dell’Umbria
Pro patria
Senza processi, senza prigioni
di e con Ascanio Celestini
suono Andrea Pesce
una produzione Fabbrica in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria
Un ergastolano che dialoga a distanza con Giuseppe Mazzini a proposito del Risorgimento e, su questa base, dell’intera nostra storia nazionale. E’ questo il sunto del nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, Pro patria - Senza processi, senza prigioni in scena al Teatro dell’Archivolto da giovedì 29 a sabato 31 marzo nella Sala Gustavo Modena alle ore 21. Un racconto di cento minuti, nato lo scorso anno in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, in cui l’attore romano è da solo in uno spazio di due metri per due. Un palco di metallo che è anche un piccolo prato artificiale sul quale va in scena la prova per un discorso, davanti a un banchetto rosso, che inserito tra il palco verde e il fondale bianco occhieggia alla bandiera italiana. Alle sue spalle immagini di ritagli di giornali e manifesti di uno spettacolo. Due musiche accompagnano la narrazione, un brano surf e una variazione di Chopin su un’aria di Bellini.
Mentre parli con Ascanio Celestini, e lo osservi giocare ad arricciarsi la barba caprina da filosofo zen, ti viene il sospetto stia registrando mentalmente ogni tua mossa per prenderti come spunto e infilarti in una delle sue storie da palcoscenico. Lui che di mestiere fa ancora il teatrante di una volta, raffinato e popolare al tempo stesso, menestrello affabulatore che smonta e rimonta luoghi e personaggi della vita reale di tutti i giorni, cantore dell’essere umano e delle assurdità «della nostra sgangherata italietta». Il grande pubblico si è abituato a vederlo comparire nel buio del teatrino di “Parla con me”, la trasmissione di Serena Dandini su Rai 3 (e più recentemente a “Fratelli e sorelle d’Italia”, in onda fino a metà luglio su La7), noi lo incontriamo in uno dei rari squarci di luce dei vicoli genovesi, nella piazzetta che si apre tra il Teatro della Tosse e la facciata di Sant’Agostino. Con l’aria di quello appena arrivato che si guarda intorno, maglietta della campagna anti-nucleare, zainetto in palla e solita parlata fitta fitta di chi ha tanto da dire.
Lei che da attore, regista e scrittore macina chilometri da un palco all’altro del Paese da oltre quindici anni, è riuscito a capire quale sia la vera Italia? È quella che va a votare in massa al referendum o quella in “fila indiana” - come recita il titolo del suo spettacolo - appiattita dalla tv?
Entrambe. Ma la mia metafora della fila indiana è un meccanismo tipicamente umano, universale, non solo italiano. È un’immagine che uso per raccontare il senso di alienazione consolatoria che viviamo ogni giorno nei confronti delle cose che succedono. Quel meccanismo che ci deresponsabilizza da ogni scelta, che ci rende ogni volta un po’ meno individui, che dopo i bombardamenti del nostro governo ci fa dire «tanto sono stati loro a deciderlo, è colpa loro, io che c’entro».
È quindi una fila indiana che va avanti “da sola”, a prescindere dai governi, dagli stati, dalla politica..
Esatto, sarebbe straordinario legarla solo alla contingenza storico-culturale. E invece è quello che accade da secoli in carcere, nei manicomi, nella scuola, in tutte le istituzioni. Persino il voto, che è stata una delle grandi conquiste della nostra società, oggi funziona allo stesso modo. Non è un voto, è una delega. E poi se le cose non vanno è sempre colpa di qualcun altro, del “governo ladro”, dei sindacati, della Chiesa..
Sul palco e in piazza ha preso posizione su temi forti come la dignità delle donne, il precariato, il razzismo, persino il mangiare “buono, pulito e giusto” di Slow Food. Come possono aiutare una società a crescere il teatro, l’arte, la cultura?
Facendo pensare, spiegando le cose come giornali e politici non riescono e possono fare. Il razzismo, ad esempio, penso sia anche un problema di come viene raccontato. Anche io, quando vedo il nordafricano al semaforo, mi sento razzista: anche io patisco la sua intrusione nella mia vita con la sua disperazione vittima del mio benessere. E lo patisco non perché è nero, giallo o verde, ma perché è desolatamente povero. Si ritorna a parlare di ricchezza e povertà, al solito conflitto di classe, lo stesso che provarono gli emigrati italiani in America, o in Germania.
In un modo o nell’altro si torna sempre alla Memoria. La stessa che si va a studiare e raccogliere per i suoi monologhi, quella orale che riprende nel suo teatro di narrazione, quella storica da riportare alla luce..
La memoria è uno strumento terapeutico utilissimo. Ci serve sempre, nel presente come nel futuro, non è solo nostalgia del passato..
Ed è uno strumento ancora così prezioso, nell’era della Rete e di YouTube?
Ancora di più. C’è molta confusione sull’idea di memoria. Il libro in biblioteca, e soprattutto il documento o il file su internet, non sono le forme di memoria collettiva che crediamo, ma semplici memorie esterne cui noi oggi deleghiamo la nostra memoria e senza le quali rischiamo di essere scatole vuote: un conto è sapere e ricordare, un altro è sapere che su internet posso trovare migliaia di pagine su quell’argomento o quel file in particolare.
Però la Rete rappresenta uno sterminato supporto per conservarla, questa memoria..
Ma nessuno leggerà mai neanche un decimo delle migliaia di migliaia di pagine di Wikileaks pubblicate on line, ad esempio: rimarrà solo la notizia dell’uscita di quei documenti. Le possibilità sconfinate della Rete e la nostra necessità di trovare modi di selezionarle rischiano di non farci drizzare più le antenne per capire quello che succede, e di farci accettare la selezione di qualcun altro. Alla fine si scade nella cultura del buon cortigiano, che sa solo poco e male di tutto, o si finisce per pensarla come il Beppe Grillo di turno che ci filtra le informazioni con le “narrazioni” del suo blog.
A proposito di narrazioni, perché fa il cantastorie?
Perché mi ha sempre affascinato raccogliere sul campo vite, vicende e personaggi, poter far da tramite tra loro e chi ascolta. Anche la mia parlata ripetitiva e la dinamica musicale delle mie locuzioni continue, che sono un modo per concentrarsi, far girare piano piano le parole e lo spettatore attorno al concetto, riportano a una tradizione orale che mi ha sempre interessato per cultura.
Spesso i suoi monologhi sembrano le strade di Genova, una attorcigliata sull’altra. Come la racconterebbe Celestini una città così complessa?
Non so, penso che Genova sia una metropoli, più che una città. Uno di quei posti in cui ha prevalso la componente umana-culturale rispetto a quella naturale. Una di quelle metropoli divertenti, dove i genovesi quasi non esistono e convivono con mille altre culture, ma anche dove la natura è solo un orpello. La conosco molto poco, ma mi sembra una città troppo moderna, anche troppo lontana dal suo mare.
…La conosce molto poco, appunto. Per questo gli perdoniamo l’idea un po’ distorta della città, gli spieghiamo che ci troverebbe un sacco di storie da raccontare e ci diamo appuntamento alla prossima volta per una visita guidata alla Genova sul mare: basteranno il Porto Antico, Nervi e Boccadasse?
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