2001 Odissea in terra. In terra, come quel ragazzo di ventitre anni, passamontagna in testa e scotch da pacchi al gomito, disteso senza posa sopra una pozza di sangue.
A dieci anni da quel maledetto 20 luglio, Genova “la repubblicana” non ha dimenticato. Anzi, oggi più che mai, sente l’esigenza di capire, approfondire, interpretare. Lo fa con quasi un mese di incontri, dibattiti e conferenze dal titolo “2001-2011. Genova Cassandra del mondo” (dall’1 luglio a Palazzo Ducale, chiude il 24), per riavvolgere il nastro sui fatti del G8 e restituirli alla memoria collettiva, come tessere di un puzzle più complesso. Già, perché, a saperli cercare, in quelle afose giornate di luglio c’erano già tutti i germi di ciò che sarebbe avvenuto dopo: le contestazioni di piazza, le forze dell’ordine come braccio armato della politica, come stiamo assistendo in queste settimane in Val Susa. Gli spazi di diritto che a poco a poco si restringono.
Il 2001 è anche l’anno in cui Marco Travaglio presenta l’Odore dei soldi alla trasmissione “Satyricon” di Daniele Luttazzi. In pochi allora conoscono questo giornalista dallo sguardo eastwoodiano e una logica algida e stringente, a metà tra un Bob Woodward e il Max Von Sidow del Settimo sigillo. Quello che giocava a scacchi con la Morte. E Travaglio a scacchi non ha mai smesso di giocare in questo ultimo decennio di storia italiana. Dall’altra parte dello scacchiere, politici e giornalisti, manager e intellettuali. Destra e sinistra, senza distinzioni. Perché i fatti, a differenza delle opinioni, non prevedono sfumature di colore. Al punto da far dire al suo maestro Indro Montanelli. “Travaglio non uccide nessuno. Col coltello. Usa un´arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l´archivio”.
A distanza di dieci anni, che eredità lascia il G8 sul piano politico e giudiziario?
Resta uno dei grandi buchi neri di questo quindicennio di Seconda Repubblica. Ma va dato atto del grande lavoro svolto dalla magistratura genovese. Decine di agenti sono stati riconosciuti colpevoli. La stessa condanna dell’allora capo della Polizia De Gennaro dimostra che si è provato a fare giustizia. Anche l’informazione ha fatto il suo dovere. Molti giornalisti hanno documentato quello che accadeva e l’hanno filmato, facendo sì che episodi come quelli difficilmente potranno ripetersi.
Processi come questi saranno ancora possibili con la riforma Alfano da poco approvata dal Governo?
Più che una riforma, è una contro-riforma che rende sempre più labile il confine tra forze di controllo e politica. Il tentativo è chiaro: mettere magistratura e polizia sotto controllo politico. Una norma ispirata anche dallo stesso G8, quando le forze dell’ordine erano sotto il diretto controllo del Governo. Ciò implica che le indagini sul potere non si faranno più. Ci vogliono dei kamikaze disposti a mettersi contro i propri dirigenti. Sarà difficilissimo vedere un poliziotto che denuncia un proprio superiore, col rischio di compromettere la carriera.
A maggio ha portato al Politeama il suo spettacolo Anestesia totale, insieme a Isabella Ferrari. Un’anestesia contro la quale non sembrano esistere antidoti.
L’antidoto dovrebbe essere un’informazione libera, che metta in crisi le verità ufficiali. Oggi, invece, i controllati controllano i controllori. Basti pensare alle banche e ai grandi gruppi che siedono nel Cda di quasi tutta la carta stampata italiana. Il ruolo del giornalista diventa, così, quello di smontare le tecniche di manipolazione e ricordare che l’informazione ha un ruolo preciso: controllare e informare, indipendentemente da qualsiasi padrone, come ci ricorda la lezione di Montanelli.
Lunedì sera era al Cep per festeggiare gli 83 anni di Don Gallo. E, di fronte a una grande platea, ha parlato di Costituzione. Un tema che oggi appare provocatorio anche a sinistra.
La Costituzione stabilisce una serie di contrappesi. E, quando funzionano, diventano scomodi per tutti. Da Craxi in avanti, chi va al governo cerca di cambiarla. Non riuscendoci, hanno tentato di svuotarla di prassi, non attuandola oppure tradendola nella sostanza.
E se fosse quello il famoso antidoto? La Costituzione…
Certamente sì, a patto che sia l’informazione a riconoscerlo come tale. Perché, se dovessimo aspettare la politica, l’anestesia potrebbe anche prolungarsi all’infinito.
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