Chissà se ci sono ancora i pacifisti. Qualche anno fa il New York Times li aveva definiti la seconda potenza mondiale. Erano i tempi delle guerre in Irak e in Afghanistan, della pretesa di Bush di esportare la democrazia, delle bugie sulle armi di distruzione di massa. Oggi di quel movimento è rimasto ben poco. Molti di coloro che manifestavano contro la guerra si schierano per l’intervento in Libia. Il loro “no” non è più “senza se e senza ma”. All’opposto: “se” ci sono i tiranni la guerra va fatta. Il conflitto con le bombe e l’artiglieria è una brutta cosa “ma” è inevitabile quando coloro che combattono per la democrazia e la libertà, vengono massacrati dal regime.
Se una parte considerevole di pacifisti è diventata interventista è anche vero che molti che erano interventisti – parliamo della destra italiana – pare aver messo da parte lo spirito guerrafondaio che li aveva finora caratterizzati. Ed ecco il “pacifismo egoista” della Lega che, in nome del benessere del popolo padano, non vuole che uomini e risorse siano impiegati in paesi lontani per aiutare popoli alle cui sorti si è del tutto indifferenti. O il “pacifismo imbroglione” di gran parte della maggioranza di governo, a cominciare al presidente del Consiglio, preoccupata delle forniture di petrolio e compromessa da un’amicizia troppo stretta con il rais di Tripoli.
Viene da pensare che il pacifismo sia ormai morto, soffocato dalle strumentalità della politica. Quelle presenti sicuramente, ma forse – questo il dubbio – anche quelle passate quando appariva così forte perché si coniugava con un antiamericanismo vivo e presente nella sinistra.
Sono convinta che risorgerà. Ma solo quando tutti capiremo che non si può essere pacifisti solamente quando esplodono le guerre, si è messi alle strette, si deve scegliere sotto ricatto di quello che è già avvenuto. E’ vero e ovvio, per esempio, che senza l’intervento esterno in Libia si sarebbe arrivati rapidamente al massacro degli insorti. Ma il punto è un altro: prima non si poteva fare nulla? Non si poteva intervenire in nessun modo contro un regime che certo non nascondeva i suoi metodi? Non c’era nessun altro modo per aiutare gli insorti? La pace non è solo opposizione alla guerra, non consiste solo in manifestazioni di protesta quando il conflitto è scoppiato. Essa richiede una costante e quotidiana della politica, della diplomazia, dell’intellettualità. Solo in questo modo si può evitare il conflitto e il sangue. E si può schivare la trappola dell’intervento umanitario con le bombe o del pacifismo egoista ed imbroglione.